Il numero delle aziende che sceglie di adottare questo approccio cresce di anno in anno: stiamo parlando dello smart working vale a dire quella modalità flessibile di svolgere un lavoro di tipo subordinato.

Attraverso le opportunità offerte oggigiorno dalle nuove tecnologie informatiche, è ormai possibile eseguire alcune attività “da remoto”, aspetto che favorisce soprattutto la parte femminile della popolazione, spesso costretta ad abbandonare il proprio impiego perché in passato risultava più complicato riuscire a conciliare casa e famiglia con il lavoro.

Sperimentato già tramite accordi specifici all’interno di alcune grandi aziende (ad esempio Enel e Vodafone), grazie al DDL sul lavoro autonomo e agile questa tipologia di lavoro ha ottenuto una prima regolamentazione a livello nazionale.

Il Decreto distingue come prima cosa il telelavoro dallo smart working, in quanto quest’ultimo viene svolto in parte all’interno e in parte all’esterno dei locali aziendali, senza avere una postazione fissa e rispettando i limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale.

Il dipendente, tramite un accordo scritto, può decidere di passare alla modalità smart definendo tempi di riposo e misure tecniche organizzative per lo svolgimento ottimale del lavoro, senza subire variazioni per quanto riguarda il trattamento economico ricevuto.

Un altro aspetto importante affrontato dal DDL sono le norme in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro: la normativa stabilisce infatti che il datore di lavoro ha il dovere di consegnare all’interessato, almeno annualmente, un’informativa in forma scritta all’interno della quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione delle attività indicate nel contratto di lavoro. Considerando che la peculiarità stessa dello smart working è di non avere sempre uno stesso luogo di lavoro, dovranno essere chiarite al più presto le responsabilità del datore di lavoro.